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giovedì 31 ottobre 2013
The ROLLING STONES at Sir Morgan's Cove, 1981
Sin dal 17 agosto, quando i Rolling Stones si trasferirono a Long View Farm, sala di registrazione, a North Brookfield, MA, per incominciare le prove per il loro primo tour negli Stati Uniti in tre anni, le voci di un loro possibile concerto a sorpresa si sono sparse in tutto il New England.
Finalmente, il 14 settembre, sotto lo pseudonimo di Blue Monday & The Cockroaches, suonarono – e dimostrarono che la loro magia era rimasta immutata in oltre 20 anni.
Lo show venne organizzato nel modo più semplice possibile. Vennero distribuiti 300 biglietti attraverso la WAAF-FM, una radio rock di Worcester, non lontano da Long View.
I fortunati furono principalmente quegli ascoltatori che indossavano un badge con il logo della stazione radio o avevano uno sticker adesivo sulla loro auto. Il luogo del concerto – un rock club di Worchester, il Sir Morgan’s Cove – venne maldestramente mantenuto segreto fino a che un’altra stazione radio, la WBCN-FM di Boston, nel giro di un’ora, svelò la location. Non volendo provocare disordini, la stazione radio avvertì i propri ascoltatori di non recarsi neppure al piccolo club data la limitatissima disponibilità di ingressi. Una folla stimata intorno ai 4000 fans formò una fila fuori dal club lunga ben 3 isolati ...
Le forze dell’ordine di Worcester, in totale un centianio di effettivi, mantenevano la folla lontana dalla strada e monitoravano l’accesso al club addirittura dai tetti degli edifici intorno. Venne effettuato qualche arresto per piccoli disordini e utilizzati gli idranti per disperdere la folla ma dopotutto l’atmosfera era comunque quella di una festa rionale. Sotto una pioggia intermittente qualche fan ebbe da dire con i giornalisti presenti e con qualche locale che si recava alla Sam’s Tavern per assistere ad un incontro di football in TV. Fra i commenti della folla: “Morte all’imperialismo” “Un evento mediatico! A Worchester!!!” “C’mon Mick, facci vedere le mutande” ...
Intorno alle 11:30 di sera un van di 35 ft. svoltò nel vicolo fra il Sir Morgan’s Cove ed un garage : all’interno c’erano i 5 Stones, i due tastieristi, Ian Stewart e Ian McLagan, ex Faces e Marlon, il figlio dodicenne di Richards che come ebbe modo di ricordare in seguito Keith stesso “Agiva come un security coordinator, seduto vicino al posto di guida, si informava sulla scorta della polizia, sul percorso, cose così..."
Verso mezzanotte gli Stones salirono sul piccolo palco e per un’ora e mezza letteralmente misero a ferro e fuoco il locale! Accanto ai sicuri cavalli di battaglia come Honky e Under My Thumb suonarono brani più recenti, Start Me Up, Shattered, When the Whip Comes Down, Hang Fire, Neighbours, e qualche chicca del passato come I Just Wanna Make Love To You, Mona, Everybody Needs Somebody to Love, Let It Bleed, All Down The Line ... Uno show incendiario, appunto.
“Fu straordinario” disse Gil Markle, il proprietario di Long View Farm, presente al concerto. “E’ un posto molto piccolo, la gente era incredula di assistere e vedere una leggenda così da vicino”
Gli Stones terminarono il concerto con una tumultuosa versione di Jumpin’jack Flash. All’ 1 e 40 del mattino, il loro van fece capolino sul retro, Jagger saltò la staccionata e si buttò, seguito dagli altri, sul mezzo che sparì velocemente.
“E’ stato grande” disse un’entusiasta Richards qualche giorno dopo “Ancora meglio di quanto ci aspettassimo, perchè era il nostro primo gig e tecnicamente ancora un abbozzo. Faceva un sacco di caldo e circolava poca aria. Ma il pubblico è stato grande, tutti ci siamo divertiti ed è stato di grande aiuto. Sapevamo quali canzoni avrebbero funzionato dal vivo e quali necessitavano di più prove, ma non è stato un concerto difficile. E’ stato come suonare allo Station Hotel, a Richmond, nel ’63. Non si dimenticano certe cose. E’ stato tipo: lo facevamo allora, lo possiamo fare anche adesso”
Nei giorni immediatamente seguenti, la band tentò di organizzare un altro gig a sorpresa. Martedì 15 settembre, il promotore Don Law richiese il permesso per suonare all’Orpheum Theatre a Boston, 2800 posti, il 16 e 17 settembre ma il progetto venne accantonato per ragioni di sicurezza. Lo stesso giorno il sindaco di Boston, Kevin White, offrì la possibilità di tenere un concerto gratis al City Hall Plaza: le radio WAAF e WBCN incoraggiarono quest’idea offrendosi per ridurre le spese per la sicurezza. Gli Stones però declinarono “Il divertimento è andato, adesso è diventato un affare politico”
Quando tutti furono d’accordo, si pensò di fare suonare gli Stones il sabato 19 settembre all’ Ocean State Theatre, sala da 3200 posti, in Providence, Rhode Island. La notte del 18 una TV locale, WLNE, interruppe la trasmissione della partita dei Boston Red Sox per dare la notizia; nel giro di un’ora altre radio locali confermarono luogo e data del concerto ma gli Stones cancellarono l’invito. “Stavamo incominciando il tour secondo lo schedule stabilito, a Philadelphia il 25 settembre” riportò la portavoce del gruppo. Intervistata dall’Hollywood Reporter affermò che in previsione il tour, che si sarebbe protratto fino a metà dicembre, avrebbe portato incassi per circa 39 milioni di dollari US, ben di più di qualsiasi tour precedente “ma non significa che alla band vada in tasca tutto. I costi di produzione di un concerto dei Rolling Stones, sono esageratamente alti”.
Così alti sembra che il gruppo fu felice di avere una parziale sponsorizzazione, Jovan, profumi, che potesse coprire le prime uscite “Non abbiamo mai fatto cazzate del genere prima” disse Richards “ ma ciò ci consente di utilizzare i soldi per organizzare piccoli concerti altrimenti non saremmo in grado di farlo. E’ una felice mediazione: lo sponsor ha quello che vuole, noi abbiamo risorse per concerti per i quali, diversamente, andremmo in perdita. Fra crew e attrezzature da utilizzare, una volta che sono alla porta di questi piccoli posti, agli Stones costa la pagnotta quotidiana. E non è quella la maniera migliore di portare avanti un tour”
giovedì 8 marzo 2012
giovedì 16 febbraio 2012
venerdì 23 settembre 2011
martedì 19 aprile 2011
Boogie for Stu
Londra, 9 marzo. Ambassador Theatre , Boogie for Stu
Ben Waters, pianista di boogie woogie, presenta in anteprima il suo disco tributo al mai dimenticato, Ian Stewart, il sesto Stone.
La locandina annuncia “very special guests” per la trepidazione dei fans della Greatest Rock’n Roll Band In The World e non solo, poche centinaia di fortunati.
Due gli show previsti: un matinee, alle 7 pm ed uno alle 09:30, sold out.
Dopo una brevissima presentazione si parte con tre numeri di boogie woogie, genere caro a Stu, suonati da Ben Waters e da Axel Zwingenberger, ai quali si aggiunge sullo stage il primo ospite, Jools Holland che si siede alternativamente ai pianoforti dell’uno o dell’altro. La prima grande emozione arriva quando sul palco viene chiamato Charlie Watts: polo bianca e jeans neri, si siede alla batteria, spazzole in mano e largo sorriso. E’ in gran forma e swinga da par suo, divertito come poche volte l’ho visto e visibilmente soddisfatto. Down The Road Apiece è cantata da Holland e quando la band attacca Rocket 88, da molti ritenuto il primo vero rock’n roll della storia, sale sul palco Hamish Maxwell, gran voce per una versione sanguigna e sentita. E’ quindi il momento di Mick Hucknall per il soul di Ray Charles: il rosso canta meravigliosamente, feeling, grandissimo pathos e voce graffiante. Rimane sul palco per un altro numero quindi boato per l’ingresso di Bill Wyman a riformare l’altra metà del cielo stonesiana, in aggiunta al contrabbassista Dave Green. Il rock’n roll inizia a farla da padrone. “Now it’s time for some guitar” per introdurre sul palco Mick Taylor e la star più attesa, Ronnieeeeeeeee Wooooooood! Scattiamo sotto il palco, Ronnie è ad una stretta di mano, la fida Strato in spalla, in forma smagliante, sempre sorridente, contento, gigione: Rockin’” Ronnie steals the show, tonight! Numerosi gli sguardi d’intesa con l’ispirato Mick T che suona la cara Les Paul, con sapienti e numerosi interventi slide. Worried Life Blues, cantata grintosamente da Wood, rilassa, si fa per dire, l’atmosfera. Ragazzi, 4 Stones 4 sul palco e noi siamo lì, emozionati e divertiti come loro. Tocca a Shakin’Stevens per Shake Rattle and Roll e quindi di nuovo Mick Hucknall per una splendida Can I Get A Witness, Soul e R&B sono il suo vero pane quotidiano e ne offre una resa al tempo stesso fedele e personale. Lo show è al climax, l’entusiasmo alle stelle. Let It Rock è mostruosa, suonata con vero scambio di ruoli dei chitarristi. Taylor e Wood salutano, veramente divertiti e con gli ultimi due numeri si ritorna all’iniziale boogie woogie con i pianisti a scambiarsi posto e compiti. Un grande show, divertente, suonato bene, con la giusta magia fra i musicisti e audience. Per noi fans degli Stones un’occasione unica di rivederne 4 sul palco assieme. Averli a meno di un metro ci ha fatto sentire quasi parte della band, occhiate e sorrisi di approvazione.
Il secondo show cambia di poco la setlist ma si rivelerà inferiore se paragonato con la meravigliosa atmosfera del primo. Innanzitutto i musicisti sono tornati sul palco diciamo, high, very high! Mick Taylor è più confuso e casinista, Ron Wood più distratto, lo stesso Jools Holland disordinato. I suoni sono più sporchi, i volumi esagerati, non si sentono i due pianoforti sovrastati dalla batteria di Watts, che abbandona tocchi leggeri per pestare pesante. Addirittura va fuori tempo su You Never Can Tell, cantata sempre da Wyman ma senza tiro, stancamente. A differenza del primo show si cimentano in Little Queenie e High Heel Sneakers. Sempre grande Hucknall, elegante interprete. Inchino collettivo, saluti.
Usciamo, stanchi ma felici, increduli. Dal backstage escono gli artisti: applausi e abbracci, the show is over.
Ps fuori dal teatro ho trovato in terra un bigliettino, diceva : “Mick & Keef didn’t show up? That’s their own shit!”
Ben Waters, pianista di boogie woogie, presenta in anteprima il suo disco tributo al mai dimenticato, Ian Stewart, il sesto Stone.
La locandina annuncia “very special guests” per la trepidazione dei fans della Greatest Rock’n Roll Band In The World e non solo, poche centinaia di fortunati.
Due gli show previsti: un matinee, alle 7 pm ed uno alle 09:30, sold out.
Dopo una brevissima presentazione si parte con tre numeri di boogie woogie, genere caro a Stu, suonati da Ben Waters e da Axel Zwingenberger, ai quali si aggiunge sullo stage il primo ospite, Jools Holland che si siede alternativamente ai pianoforti dell’uno o dell’altro. La prima grande emozione arriva quando sul palco viene chiamato Charlie Watts: polo bianca e jeans neri, si siede alla batteria, spazzole in mano e largo sorriso. E’ in gran forma e swinga da par suo, divertito come poche volte l’ho visto e visibilmente soddisfatto. Down The Road Apiece è cantata da Holland e quando la band attacca Rocket 88, da molti ritenuto il primo vero rock’n roll della storia, sale sul palco Hamish Maxwell, gran voce per una versione sanguigna e sentita. E’ quindi il momento di Mick Hucknall per il soul di Ray Charles: il rosso canta meravigliosamente, feeling, grandissimo pathos e voce graffiante. Rimane sul palco per un altro numero quindi boato per l’ingresso di Bill Wyman a riformare l’altra metà del cielo stonesiana, in aggiunta al contrabbassista Dave Green. Il rock’n roll inizia a farla da padrone. “Now it’s time for some guitar” per introdurre sul palco Mick Taylor e la star più attesa, Ronnieeeeeeeee Wooooooood! Scattiamo sotto il palco, Ronnie è ad una stretta di mano, la fida Strato in spalla, in forma smagliante, sempre sorridente, contento, gigione: Rockin’” Ronnie steals the show, tonight! Numerosi gli sguardi d’intesa con l’ispirato Mick T che suona la cara Les Paul, con sapienti e numerosi interventi slide. Worried Life Blues, cantata grintosamente da Wood, rilassa, si fa per dire, l’atmosfera. Ragazzi, 4 Stones 4 sul palco e noi siamo lì, emozionati e divertiti come loro. Tocca a Shakin’Stevens per Shake Rattle and Roll e quindi di nuovo Mick Hucknall per una splendida Can I Get A Witness, Soul e R&B sono il suo vero pane quotidiano e ne offre una resa al tempo stesso fedele e personale. Lo show è al climax, l’entusiasmo alle stelle. Let It Rock è mostruosa, suonata con vero scambio di ruoli dei chitarristi. Taylor e Wood salutano, veramente divertiti e con gli ultimi due numeri si ritorna all’iniziale boogie woogie con i pianisti a scambiarsi posto e compiti. Un grande show, divertente, suonato bene, con la giusta magia fra i musicisti e audience. Per noi fans degli Stones un’occasione unica di rivederne 4 sul palco assieme. Averli a meno di un metro ci ha fatto sentire quasi parte della band, occhiate e sorrisi di approvazione.
Il secondo show cambia di poco la setlist ma si rivelerà inferiore se paragonato con la meravigliosa atmosfera del primo. Innanzitutto i musicisti sono tornati sul palco diciamo, high, very high! Mick Taylor è più confuso e casinista, Ron Wood più distratto, lo stesso Jools Holland disordinato. I suoni sono più sporchi, i volumi esagerati, non si sentono i due pianoforti sovrastati dalla batteria di Watts, che abbandona tocchi leggeri per pestare pesante. Addirittura va fuori tempo su You Never Can Tell, cantata sempre da Wyman ma senza tiro, stancamente. A differenza del primo show si cimentano in Little Queenie e High Heel Sneakers. Sempre grande Hucknall, elegante interprete. Inchino collettivo, saluti.
Usciamo, stanchi ma felici, increduli. Dal backstage escono gli artisti: applausi e abbracci, the show is over.
Ps fuori dal teatro ho trovato in terra un bigliettino, diceva : “Mick & Keef didn’t show up? That’s their own shit!”
martedì 18 maggio 2010
giovedì 6 maggio 2010
domenica 7 febbraio 2010
June 3, 1972 Vancouver Rolling Stones backstage

setlist:
Brown Sugar
Rocks Off
Gimmie Shelter
Bitch
Tumbling Dice
Happy
Honky Tonk Women
Loving Cup
Torn and Frayed
Sweet Virginia
You Can't Always Get What You Want
Ventilator Blues
Midnight Rambler
All Down the Line
Bye Bye Johnny
Rip This Joint
Jumpin' Jack Flash
Street Fighting Man
chitarre:
gibson les paul std 'burst (mick T)
dan armstrong lucite bass (bill)
gibson les paul custom 3 pu w/bigsby capo 2nd (keith)
fender telecaster '54 (keith)
gibson es-355 w/vibrola (keith? mick T?)
fender musicmaster(mick J? mick T?)
fender musicmaster bass (bill)
fender telecaster '53 capo 4th 5 corde (keith)
fender telecaster '67 5 o 6 corde ? (keith)
fender stratocaster 3 tone sunburst 5 corde (keith)
giochino: associare le chitarre alle canzoni
domenica 31 gennaio 2010
Rolling Stones Guitars - Zemaitis Disc Front

Ron Wood, fin dai primi anni ’70, ha apprezzato le chitarre del liutaio Tony Zemaitis.
Fra i numerosi modelli posseduti, il più famoso è senz’altro la Disc Front soprannominata Stay With Me, vista e suonata già ai tempi dei Faces.
Fra le caratteristiche corpo e manico in mogano, 3 pickup humbucker Di Marzio, 6 controlli tono / volume, microswitch per l’active boost, 24 tasti.
Nel corso degli anni ne ha avute 4, forse addirittura 5: la prima gli venne rubata nel 1973, la seconda nel 1976, la terza nel 1979 …
Con i Rolling Stones la suona, viste le due ottave della tastiera, per le canzoni dove è previsto l’utilizzo dello slide: All Down The Line, You Got Me Rockin’, Rough Justice, No Expectations fra le altre.
giovedì 21 gennaio 2010
sabato 16 gennaio 2010
lunedì 11 gennaio 2010
Rolling Stones Guitars - Zemaitis Macabre

Con l'arrivo nel line up della band di Ron Wood, estimatore delle chitarre prodotte da Tony Zemaitis, anche Keith Richards, conquistato dalla pregevole fattura e dal suono superbo, decide di farsene costruire una molto particolare sia nell'estetica che per le caratteristiche sonore: è infatti a 5 corde ed è intarsiata, da Danny O'Brien, con motivi d'ispirazione piratesca! Corpo e manico in mogano, pickup humbucker Custom PAF Di Marzio, tastiera a due ottave, ponte in duraluminium, è la chitarra che accompagna Keith durante i tour del 1975 e del 1976 per la gran parte delle canzoni che prevedono accordatura in Open G. Viene rubata nel corso delle prime date del successivo tour USA del 1978 e da allora se ne sono perse le tracce. Un collezionista tedesco, possessore dell'altro unico esemplare prodotto da Zemaitis, gliela offre per essere suonata durante qualche data del tour del 1981 e viene quindi ospitato da Keith nel backstage durante i vari concerti. Il figlio di Zemaitis, nel 2005, ne riproduce in serie una copia: una di queste viene fatta avere a Richards che la utilizza per suonare Sway durante il A Bigger Bang Tour.
martedì 29 dicembre 2009
Rolling Stones' Guitars - Fender Telecaster Rosewood

Per i primi due shows del Tattoo Tour del 1981 Keith utilizzò un paio di Les Paul Jr alla ricerca di un suono più corposo e caldo per canzoni quali Let's Spend the Night Together, Let Me Go e Black Limousine; verso metà tour optò per questa Rosewood Telecaster, del 1971, suonata con entrambi i pickups on per LSTNT e Waiting on a Friend.
Sempre nell’ambito del tour americano del ’81 gli Stones parteciparono in massa ad uno show di Muddy Waters al Checkerboard Lounge di Chicago: Richards, chiamato sul palco, si esibisce appunto con questa chitarra.
Ed è proprio questa chitarra che Keith definì “being too heavy" sul suo sito web.
Queste chitarre sono quantomeno strane: molto belle ma altrettanto pesanti, suonano più come Les Paul con un P-90 che come una Tele standard, hanno più sustain sebbene non sia questo che si ricerca in una Tele.
venerdì 18 dicembre 2009
Keith Richards, born Dec. 18th 1943

God loves Keith Richards. He sent us down the greatest, longest living rockstar there will ever be. Made him immune to death. Gave him excellent haircuts and great clothes. Blessed him with the gift of the riff, to spread long and far.
C’mon, Jesus didn’t get half of that.
I mean, fuck… imagine a world where Keith Richards had never been born?
Rock’n’roll would still be wearing matching suits if it wasn’t for this guy. We wouldn’t have got the New York Dolls, so we wouldn’t have got Ramones, so we wouldn’t have got punk, so we wouldn’t have got independent, industrial or alternative dance music, so we wouldn’t have got nu metal, so we wouldn’t have emo… Er, come to think of it maybe the matching suits aren’t such a bad idea? Matching suits or matching haircuts? I digress…
Understand one thing, if you play in a band who have an edge you are influenced by Keith Richards and the Stones, whether you know it or not.
Keef’s mark on modern music is criminally ignored in favour of The Beatles. To me there’s no comparison. Apart from the sheer amount of music put out by The Stones (okay, some of it patchy, but come on, listen to some of crap that The Beatles put out in their relatively few years… “We all live in a Yellow Submarine”? They didn’t, no one does). The Beatles were great largely due to the talents of George Martin. The Stones are great because of Keith Richards.
And still they continue to reign due, solely, to the motor-force that is Keef.
The great man would say that it’s Charlie Watts who keeps the Stones rolling, but Keef’s humility is only highlighted by humble comments like this. Charlie plays to Keef. The Stones play to Keef. He is the equivalent of having a Sun.
If he ever died (God forbid, shit… the world would plunge into utter darkness) we would THEN celebrate his incredible achievements, his legendary life, his influential style in both presentation and music and we would also realise what it is to truly miss a great rock’n’roll hero, for the very first time. Miss him like the passing of our own mother. Lennon’s death would be minuscule by comparison.
It makes me fucking sick to my stomach that ‘journalists’ can deride the Stones longevity without instant dismissal and blacklisting. It should be law.
Like Jesus, Keef is beyond criticism. He has passed beyond the realm of judgment into the area of legend. Untouchable and justified. A living icon who still makes music for the music, not the money.
The same bullshit is spewed every time the Stones tour (”they’re making a billion each from the merchandise alone”), does anyone actually think that this man makes music because of a fucking paycheck? Shame on you.
The Stones have worked harder and for longer than any of us could possibly conceive. They deserve every damn brick of every damn house that they own.
A world without Keef would be a world where fantasy is one dangerous step closer to extinction and mortality a daily paranoia. Rock stars wouldn’t smoke, drink or take ANY chances anymore, opting for a dull, if financially rewarding career. How would it be if we could peer into the future and see exactly how pedestrian a world of music would be in the hands of healthfreaks? Ugh…
He’s seen ‘em come and he’s seen ‘em go. Many have wanted to be Keef, all have failed and most are dead.
I love Keith Richards with all my heart. We all do. God loves him. Well, God loves us all… but he’s only got one poster on his wall.
di ginger da classicrock
martedì 15 dicembre 2009
Honky Tonk Women
honky tonk women è la canzone che mi fa (s)ballare di più. conquista di diritto il mio podio personale. la metto in quel gruppo di stones evergreens che mi dimostrano come il cuore della band non sia propriamente jagger e richards ma watts e richards. ok, fu jimmy miller a suonare il campanaccio come sua vera intro ma è l’intreccio fra charlie e keith, quel beat e quel riff che sprigionano la potenza del motore stones, che fanno decollare il pezzo. e non c’è il basso durante i versi… fu il primo singolo con mick taylor e venne incisa in un giorno del giugno 69. nacque come canzone country a la hank williams. quindi entrò in scena ry cooder con i suoi mandolini e le accordature strane. ry mostrò a keith come suonare l’intro. fu tutto quello di cui ebbe bisogno. il resto sono chiacchiere. la parte principale di chitarra è il classico open g di keith, già con il mi basso rimosso. ampli ampeg e una telecaster con ogni probabilità di ry cooder. il riff umano la suona con un misto di unghia e polpastrello, molto raw.
quanto rock’n roll c’è in “I met a gin soaked bar-room queen in memphis”? sesso, vizio, il sud degli states. lo stesso richards riconosce che è una canzone che trascende tutti i generi. un arrangiamento semplice ma tremendamente efficace. stop e double-stop. il resto è groove, feeling. più un paio di fiati R&B ed i testi sboccati di jagger. hoooo-ooooo-ooooonky tonk women … che ritornello, chi l’ammazza? tre minuti scarsi, non butto via un istante.
e la ritengo anche importante come momento chiave perché incisa proprio nel periodo fra l’ ingresso nel gruppo di mick taylor e la morte di brian jones, un voltare pagina nella loro storia, acquisendo un suono che mai più avrebbero mollato. comanda keith richards.
lunedì 14 dicembre 2009
Rolling Clones Guitars ...
sabato 5 dicembre 2009
Going Down South

verso la fine del tour del ’69, dal 2 al 4 dicembre, i Rolling Stones “sparirono” per un breve periodo … fecero base all’holiday inn di sheffield in alabama per dedicarsi ad a una seduta di sessions, su suggerimento di jim dickinson, apprezzato session man dell’area, ai muscle shoals studios, una fattoria semi abbandonata chiamata The Burlap Place, dove già aretha franklin e altre star del giro soul e r&b avevano registrato brani immortali.
secondo jimmy johnson, ingegnere del suono degli studios, verso l’una di notte gli stones iniziavano a girare a palla, davano il loro meglio … prima canzone che fu incisa you gotta move (la sto ascoltando proprio ora) già proposta dal vivo nel corso del tour ma dai soli jagger e richard mentre ora se ne voleva fare una versione con la band tutta … dopo circa 20 take keith sostituì il dobro national con una 12 corde (!!!), bill si sedette al piano elettrico per i bassi, mick II ci mise più melodia e mick cantò storpiando l’accento sudista che aveva sentito dagli annunci all’aeroporto… cibo speziato, whiskey e erba in quantità …
quindi brown sugar … mick spiegò la parte musicale a keith e compose i versi al momento, grande … le prime take mancavano di sporcizia secondo mick “it should be fuckin’dirty” finchè keith prese in mano una gibson sg nera (dove cazzo la tenevi sta chitarra …) che collegata al pulito di un fender twin amp perfettamente si accoppiò alla stratocaster di mick II … il verso hear him whip the women mick lo cantò la prima sera ma la sera seguente cantò You should have seen him … jim dickinson, estasiato dalle liriche di jagger fece presente la cosa a charlie il quale insistette affinchè lo facesse notare a mick … “oh yeah, that’s right” ...
wild horses… avendo stu deciso che gli accordi in minore non avrebbero fatto per lui pianista di boogie già solo dopo essere venuto a conoscenza della chiave musicale, mick decise che sarebbe stato jim il pianista. questi si sedette al piano a muro, dove i boys tenevano inboscata la roba, e suonò una melodia alla Floyd Cramer … mick chiese “ keith, what do you think of the piano?” e keith “God bless him It’s the only thing I like!” …
A sottolineare il clima di semiclandestinità dei nostri, una cameriera in hotel chiese se facevano parte di una band. Bill rispose “Martha Reeves and the Vandellas!”. La ragazza scoppiò il chewing gum e senza battere ciglio servì il piatto della casa ...
mercoledì 25 novembre 2009
40 anni fa ...

Fra il 1968 ed il 1972 i Rolling Stones pubblicarono quattro album in studio che li trasformarono da Beatles-chasing pop ruffians al rango di nobiltà rock internazionale. Lasciatesi alle spalle i ’60 con Beggars Banquet e Let It Bleed ed entrati nella nuova decade con Sticky Fingers ed Exile on Main Street confermarono che finita un’era, gli Stones erano ben decisi a ritagliarsi il proprio spazio in quella successiva. E il disco che al meglio racchiude in se questo percorso è un live dovuto per ottemperare obblighi contrattuali con la casa discografica e che, nonostante il raggiungimento del vertice delle classifiche e l’accoglienza entusiastica di vecchi e nuovi fans, è ora un qualcosa tipo gemma perduta. Il documento del tour evento del North American Winter Tour del ’69, Get Yer Ya Ya’s Out, è la quintessenza degli album concerto della band e con ogni probabilità il più bel disco rock’n roll dal vivo mai inciso. Grezzo, senza costrizioni ed intriso di quella mitologia Stones, trova la band nel tentativo di guadagnarsi il diritto di esistere nel nuovo, post-psichedelico, ordine mondiale. Arricchito il loro repertorio di riffs a la Chuck Berry con il fluorescente libertarismo dei tardi ’60, elevarono il linguaggio del rock ad inimmaginabili picchi di eloquenza. Il risultato fu una perfetta combinazione di artistry ed arroganza – di cui gli Stones ne furono ben consci. Anche perché il disco comincia con un collage di stage announcements e isterismi del pubblico in attesa che sfocia nella sola voce di Sam Cutler che pronuncia il most infamous conceit in rock : “The greatest rock’n roll band in the world … the Rolling Stones!” Arrogante? Senza dubbio ma alla prova dei fatti, accurato e totalmente giustificato. Raramente gli Stones si dimostrarono così bisognosi di successo. Il tour americano fu la prima continuativa apparizione davanti ad un pubblico per il nuovo chitarrista, Mick Taylor, che sostituì Brian Jones nel corso dell’estate. Venne anche visto in prospettiva di rimpinguare le fragili finanze della band, fortemente provate in seguito alle ferite causate dai continui arresti e relativi processi per droga e dalle costose diatribe con la loro etichetta discografica, la Decca. Dopo un’assenza virtuale di quasi tre anni, durante i quali un chitarrista venne licenziato prima di morire, un altro diventò dipendente dall’eroina ed il cantante si dedicò alla recitazione in alcuni film, i Rolling Stones scelsero di ritornare con il più lucrativo rock circus viaggiante mai visto in precedenza. Avevano ogni buona ragione quando, sbarcati all’aeroporto di Los Angeles il 17 Ottobre 1969, si rivelarono pieni di quella distaccata, calma e collettiva tracotanza. Come Jagger ebbe a dichiarare “It’s more of a band now, fucking incredibly hard band”. Molto era cambiato dalle ultime esibizioni, 1966, sul suolo americano. L’America era divisa, fra guerra e lotta per i diritti civili, fra permissivismo e rock revolution. All’inizio dell’estate Elvis aveva portato il rock’n roll nel costoso e “grasso” circuito di Las Vegas. Contemporaneamente una nuova generazione “contro” di artisti suonò davanti a mezzo milione di hippy infangati a Woodstock. Fu quindi tutto meno che sicuro dove i Rolling Stones si sarebbero posizionati nel nuovo ordine del rock mondiale, in particolar modo al loro arrivo quando incontrarono l’opposizione critica riguardo l’alto costo dei biglietti e la rabbia degli scandalizzati guardiani di Dio. Accerchiati, gli Stones gentilmente elusero gli attacchi dei media e lasciarono parlare la musica. Le 18 date sold out del tour si rivelarono un successo senza precedenti. Anche il famoso promoter di San Francisco, Bill Graham, uno dei più feroci critici per l’elevato prezzo dei biglietti, si trovò ad ammettere che “that cunt (Jagger) is a fuckin’great entertainer”.Gli Stones riconquistarono l’America con una giusta e misurata dose di decadenza ed un senso dello spettacolo spinto da quella creatività tipica degli attori di teatro. Ma ci fu comunque una pungente quanto dolorosa coda. In un gesto di bontà e riconoscenza, la band organizzò, con parecchie difficoltà, un concerto di arrivederci, gratuito, da tenersi presso l’Altamont Speedway in California, il 6 dicembre. Fu una decisione fatale. Gli Hell’s Angels, chiamati quale servizio d’ordine per l’evento, reagirono brutalmente nel tentativo di tenere a bada la grande massa di presenti, culminata con l’uccisione a coltellate, di Meredith Hunter, un nero che brandiva una pistola, durante l’esecuzione di Under My Thumb. Fu poca la sorpresa che Gimme Shelter, il film del tour che documentò il tragico accaduto, oscurò l’album registrato al Madison Square Garden di New York meno di due settimane prima. Mentre Get Yer Ya Ya’s Out (il cui titolo sembra abbia origine da un canto voodoo) fa comunque trasparire in parte quella paura e carica emotiva che sfociò in realtà ad Altamont, è anche un sublime esempio della capacità di re-invenzione del rock’n roll; una celebrazione di quanto lontano riuscì ad andare la musica del diavolo senza allontanarsi dal suo originario heartbeat. Come le chitarre dissezionano il Chuck Berry di Carol e Little Queenie con una miscela di riverenza e rabbia, si può essere perdonati se si pensa che queste siano la vera Golden Hour di Keith Richards. E più la band diluisce Midnight Rambler e Street Fightin’Man, più Jagger si dimostra uno sciamano alienato. Ascoltare Mick Taylor entrare nel secondo solo durante Sympathy For The Devil (“Beautiful to hear” disse Jagger) e potrete giurare che sia stato il più dolce strumentista della band. E la sezione ritmica? “Charlie is good tonite, innee?” per dirla alla Jagger la dice lunga. L’ingresso del disco nel territorio del sublime è giustificato dalla inconsapevole sfida dell’essere un album dal vivo. In particolare, data la qualità delle versioni originali, parecchie delle performance uguagliano o sorpassano le loro controparti in studio. Stray Cat Blues spinge l’innato sadismo della canzone ad ancor più elevati livelli di punizione, mentre il tour-de-force di Midnight Rambler fa sembrare quasi esitante l’originale. Live with Me stessa punge in maniera più mordace ed anche Sympathy for The Devil e Street Fightin’Man vengono proposte con addirittura più groove. Forse le sole Honky Tonk Women e Love In Vain concorrono a mantenere a regime la spinta verso l’alto. Il segreto del successo di Get Yer Ya Ya’s Out risiede nel fatto che racchiude la tradizione e la raccoglie in una borsa marchiata “permanent revolution”. Si sono susseguiti numerosi altri album dal vivo dei Rolling Stones ma nessuno di loro è mai riuscito a ripetere la riuscita magia di trasformare cliches in squilli di tromba. Prendete Little Queenie, un bar-room standard tipico della tipologia che gli Stones hanno suonato per oltre 40 anni. Mai più suonata come allora, con linee di chitarra stralciate dal libro mastro del R&B e quindi riproposta con così tanta minacciosità: Chuck Berry con un coltello, il cazzo duro ed uno spinello. Circolano alcune incisioni che tendono a sminuire la veridicità dello strillo “in concert” sulla copertina. E’ ovvio che GYYYO sia stato sottoposto ad un’operazione di pulizia in studio, cancellando alcuni passaggi di chitarra non desiderati, sebbene storie che vogliano una completa ricostruzione in studio si rivelino grossolanamente esagerate. Di fatto, secondo gli odierni standard, il disco sarebbe probabilmente considerato come un poco curato sebbene decentemente inciso bootleg. Ma più importante ancora, a differenza di alcuni successivi live album, Love You Live, Still Life e Stripped, è che l’atmosfera del pubblico mai diminuisce le dinamiche che si concretizzano on stage. Tutti gli ingredienti principali di un classico concerto dei Rolling Stones, colti al picco della loro capacità, qui si ritrovano. E nonostante non si possa vedere, la irritante “presenza” di Jagger – consacrata da una serie di bon mots che da allora sono entrati nella leggenda – è ben presente in tutto il disco. Con gli Stones così in palla, non è un sorpresa che Mick “bust the button of his trousers” quella notte.
giovedì 29 ottobre 2009
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